l'idea


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  l'incontro


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11. Durante il viaggio di rientro in Italia, compresi che non potevo celare a me stesso gli evidenti problemi di Gene, che dovevo cambiare il rogetto perché non sarei mai riuscito a far sì che il ballerino danzasse nella mia installazione, capii che dovevo paradossalmente sfruttare i punti deboli di Dancing on the Verge.
Elaborai così possibili gadget, da presentare ad alcune aziende con l'intento di produrre la linea Dancing on the Verge, che riportassero in breve tutta la storia e lo stile del lavoro, oggetti che denunciassero ogni valore mancante da me individuato in Gene, che rappresentassero un sostegno concettuale ed economico al progetto e che visualizzassero i concetti di pegno, coraggio, energia, stabilità e cura.

Iniziai a cercare persone con cui collaborare e che appoggiassero le mie idee, avevo bisogno di un ufficio, di una sufficiente base economica e di diverse consulenze professionali. L'unica moneta con cui potevo ripagare dell'impegno era la mia arte, un baratto con le mie opere.
A questo appello rispose un collezionista, Mariano Pichler, affidandomi come studio/ufficio un grosso spazio in via Ventura a Milano, l'avvocato Felice D'Alfonso del Sordo, prestando consulenza in merito ai diritti d'autore e tutela delle opere, Eleonora Zorzi, come ostenitrice economica, Matteo Boetti, attivando con la propria galleria un lavoro di promozione, Francesco Aperti consigliere marketing, Milovan Farronato come curatore cometa.

Nel frattempo Duccio, a New York, era riuscito a farsi ricevere nell'appartamento di Gene, con cui avevamo prenotato un volo per l'Italia, ma quel giorno dovemmo rinunciare all'idea. Nonostante fossero passati più di dieci giorni, Gene aveva il volto ancora aperto dai colpi inflitti da ignoti nella notte in cui scappò nel Central Park, non stava in piedi e la concentrazione era inesistente. Quanta angoscia, il tempo passava e tutto quello che riuscivo a fare non portava a niente.
Poco dopo riemersero vecchi problemi alla mia colonna vertebrale obbligandomi a lunghi periodi di totale immobilità. La successiva difficile riabilitazione rallentava la mia possibilità d'azione. Per tenermi ancor più legato al progetto chiesi a Veronica, la ragazza che conservava l'anello che Gene mi aveva dato in pegno, di portarlo a ingrandire e rendermelo. Ora lo porto al collo, perché non è ancora della mia misura.

12. Recuperate le forze, reagii al tempo perso, rendendo noto ad alcune riviste il lavoro e la storia che stavo vivendo, approfittando dell'invito dello spazio di ViaFarini a Milano a presentare la performance iniziale in cui Gene sarebbe stato al centro dell'installazione, ma l'impossibilità di riportarlo in Italia mi costrinse a esporre solo l'idea del lavoro. Intanto continuai a incontrare dirigenti d'azienda, imprenditori, pubblicitari, giornalisti e curatori, ma passate le strette di mano, le congratulazioni e i "ti chiamerò" del momento, pochi o quasi nessuno diede un seguito ai primi contatti, nonostante poi vedessi molte delle mie idee utilizzate nelle campagne marketing delle aziende incontrate.
Il fallimento è un tabù e il coraggio e la dignità sono virtù che il business non conosce. Nonostante non avessi concretizzato alcun obiettivo utile, in quei giorni ero contento perché avevo sentito Gene per telefono con un entusiasmo rinato, tuttavia avevo la netta sensazione che se non avessimo agito in fretta la sua salute sarebbe peggiorata.

13. Quindi Giovanni, il mio primo passo era riportare Gene in Italia. Un nuovo amico, Simone Tartocchi, regista visionario, stimolandomi con le sue idee mi mise anche a disposizione tutte le sue conoscenze; parlai con diversi medici specialisti in neurologia e riabilitazione sicofisica a Roma che assicurarono il loro sostegno, così avrei potuto accoglierlo e seguirlo con cure adatte.
Dovevo eliminare qualsiasi paura scaturita da questa cosa più grande di me che frenava i tempi della mia azione, senza coraggio è impossibile poter fare qualcosa. Ero alla ricerca di qualcuno che potesse interpretare, arricchendola, l'idea dell'indumento che avevo identificato come coraggio. Incontrai Mirella Iacovangelo, artista poliedrica, che ne elaborò un prototipo con la filosofia della psico magia, un'operazione concettuale che abitualmente applicava ai suoi lavori: i ricami delle parti sane di un corpo possono indurre benessere e forza a colui che le indossa.
Ma nemmeno questa volta riuscii a convincere un'etichetta d'abbigliamento a inserire il capo Dancing on the Verge in produzione. Nel frattempo le cose peggiorarono, Gene era sparito e un secondo biglietto aereo sprecato, la cosa peggiore è che non avevo più notizie di lui, sua madre aspettò un mese per dirmi che suo figlio era ricoverato in una clinica per poveri a Manhattan. Non potevo contare davvero su nessuno, le persone interpellate - anche quelle più vicine - mostrarono indolenza e tra loro non era nato nessun tipo di sentita collaborazione, deluso anche da questo, e stremato dagli impegni ebbi una seconda e ben più grave ricaduta fisica sempre per lo stesso problema alla schiena, che durò diversi mesi e l'unica possibilità che avevo per essere vicino a Gene era tenermi in stretto contatto con Veronica, che lo andava a trovare in ospedale, e pensare a diversi progetti in cui Gene, una volta guarito, avrebbe lavorato.

14. Passato del tempo finalmente recuperai in salute e mi riorganizzai per il definitivo rientro di Gene. Stabilimmo con lui come data il 20 novembre. Mancavano solo due settimane e ormai ero pronto, non si poteva sbagliare. Alcuni collezionisti visitarono il mio studio in via Ventura e comprarono alcuni disegni della serie "Silver Gene".
Potevo affrontare l'immediato futuro e, come concordato, andarlo a prendere a New York. Ma nel frattempo Gene peggiorò, fatto confermato dalla caposala dell'ospedale che ormai non gli passava più le mie continue chiamate.

 
 

11. During the trip back to Italy I understood that I could not hide from Gene's obvious problems, and that I had to change the project because I would never be able to make the dancer dance in my installation. I understood that I had to paradoxically exploit the project's weaknesses. I then developed possible gadgets to present to some companies with the aim of producing a Dancing on the Verge line that could succinctly convey the story and style of the work-objects that would reveal all the values that I am missing but have identified in Gene. These objects would represent a conceptual and economic support to the project and would visualize the concepts of pledge, courage, energy, stability and care.

I began looking for people to collaborate with who could back my ideas. I needed an office, a sufficient economic base and a variety of professional advice. The only way I could repay the commitment was with my art; I would barter with my art works.

In response to this request, collector Mariano Pichler gave me a large studio/office space on via Ventura in Milan; the lawyer Felice D'Alfonso del Sordo gave legal advice regarding copyright and art work custody; Eleonora Zorzi gave me economic support; Matteo Boetti, through his gallery, began promoting the work; Francesco Aperti was marketing adviser and Milovan Farronato was curator. In the meantime, back in New York City, Duccio managed to visit Gene's apartment. We had booked a flight to Italy for Gene, but that day we had to give up the idea. Even though more then ten days had passed, Gene still had bruises on his face from the blows inflicted by unknown
people the night he ran away in Central Park. He could not stand up and his concentration was nonexistent.
So much anguish. Time was slipping by and all my efforts were not leading to anything.

Soon afterward old problems with my spine came back, forcing me to be completely immobile for long periods.
The rehabilitation that ensued was difficult, and slowed the possibility for action. In order to be even more connected to the project, I asked Veronica, the girl who was safeguarding the ring that Gene had given me as show of commitment, to take it to be enlarged and then bring it
back to me. Now I wear it around my neck because it is still not my size.

12. Once I got back my energy I reacted to the wasted time by notifying some magazines about the story and work I was living out. I took advantage of an invitation from the art space Via Farini in Milan, where I was supposed to present the initial performance in which Gene
would have been at the center of the installation; the impossibility of bringing him back to Italy forced me to exhibit only the idea of the work.

In the meantime I continued to meet with managers, entrepreneurs, advertising agents, journalists and curators, but behind the handshakes, congratulations and the "I will call you" of the moment, few followed up, although later I would see many of my ideas used in marketing campaigns by the companies I had met with.

Failure is a taboo, and courage and dignity are virtues that business does not know.

Although I did not solidify any concrete goals, in those days I was happy because I knew that Gene really wanted to reach out to me. Still, I had the feeling that if we did not do something soon, his health would become worse.

13. So Giovanni, my first step now was to bring Gene back to Italy. Helped by a friend, Simone Tartocchi, I spoke with many doctors who specialize in neurology and psycho-physical rehabilitation in Rome, and they promised their support. Thus I could welcome Gene knowing he
would have the proper care.
I had to eliminate any fear originating from the idea that this thing was bigger than me or that I was moving too quickly; without courage it is impossible to do anything. I was looking for someone who could interpret, enrich the idea of a garment that symbolized courage. I met Mirella
Iacovangelo, a versatile artist who developed a prototype with a psycho-spiritual philosophy, a conceptual procedure that she often applied to her works in which embroideries of healthy body parts can convey health and energy to those who wear them.
But I did not manage to convince a clothing label to put the Dancing on the Verge piece into production. In the meantime things had gotten worse; Gene had disappeared and a second plane ticket was wasted. But the worst thing was that I did not have any news of him anymore. His mother waited a month to tell me that he was hospitalized in a poor person's clinic in Manhattan. I could not really count on anyone. The people I consulted-even those close to me-showed indolence and among them a real collaboration was never initiated. Disappointed by this as well, I had a second and harder physical debilitation due to the same problem with my back. This continued for several months, and the only chance I had to be close to Gene was to maintain close contact with Veronica, who was going to visit him in the hospital.

14. After some time I finally recovered my good health and got organized again for Gene's definite return.
Together we decided on the date November 20th. There were only two weeks in the interim and everything was ready, nothing could go wrong. Some collectors visited my studio on via Ventura and purchased some drawings from the series "Silver Gene." I was able to face the immediate future and, as agreed, I would go pick him up in New York. But in the meantime Gene got worse. This fact was confirmed by
the ward nurse at the hospital, who would no longer put through my regular telephone calls.